ROSANERO UNIVERSE

 

In una delle mie tante giornate alla ricerca di notizie storiche sul Palermo al fine di placare la mia sete di conoscenza ho trovato questi racconti, che reputo delle chicche.

Questi racconti sono stati scritti da Gabriele Pomar.

 

Accadde a Maggio

- "Un telegramma dal Victoria and Albert, Sir", disse il marconista porgendo un biglietto a un uomo sulla cinquantina che, addossato al parapetto della plancia, scrutava - assorto - la distesa di mare che circondava l’imbarcazione.
Thomas Lipton smise di fissare l'orizzonte e prese il biglietto.
Il messaggio inviato dallo yacht reale inglese recitava:
- "Caro Tom, ho trovato chi darà filo da torcere al Suo equipaggio. A Palermo hanno un team davvero interessante. Mi sono divertito moltissimo. Eddy".
L'Eddy del messaggio era Edoardo VII che in quei giorni si era fermato in visita a Palermo. Avendo saputo che la squadra del suo equipaggio avrebbe affrontato una rappresentativa locale, aveva voluto presenziare all'avvenimento. Il match cui aveva assistito era stato combattuto e ben giocato dalle due squadre e se il risultato era stato favorevole ai britannici, il 7-5 finale testimoniava della bontà del gioco espresso dai palermitani.
Il re, che era un autentico sportivo, si era divertito al punto da voler comunicare la cosa allo sportman scozzese che sapeva in crociera nel Mediterraneo.
Lipton tornò a guardare pensieroso l'orizzonte. Aveva lasciato Malta da qualche ora diretto ad Algeri.
- "Capitano", chiamò.
- "Si, Sir", rispose l'ufficiale.
- "Cambiamo i nostri programmi. Faccia rotta per Palermo".
- "Signor Johnson", disse l'ufficiale lanciando uno sguardo incuriosito alla volta del baronetto, "tracci una nuova rotta per Palermo".
Il secondo di bordo, che fungeva anche da ufficiale di rotta, prese le carte nautiche tracciandovi rapidamente una serie di linee.
- "Rotta per tre, cinque, zero", disse all'indirizzo del timoniere che immediatamente mise la barra dello yacht sulle nuove coordinate.
- "Rotta per tre, cinque, zero", ripetè il marinaio a conferma dell'ordine eseguito mentre l'imbarcazione iniziava ad accostare sulla destra. 


Il Royal Sailor Rest di via Borgo era sempre pieno di marinai inglesi di passaggio. Sebbene non vi si servissero liquori e non vi si potesse giocare d'azzardo, molti marinai britannici lo preferivano alle tante taverne esistenti nel borgo di Santa Lucia.
Un postino, nella sua divisa d'ordinanza, fece ingresso nel locale.
- "Il signor Blake?" chiese guardandosi attorno.
- "Sono io", rispose un distinto signore in abito di tweed.
- "E' indirizzato al Palermo F.B.C., ma in ufficio mi hanno detto di recapitarlo a lei", spiegò il portalettere porgendo a Blake un telegramma.
L'inglese lo ringraziò accomiatandolo.
Un lampo di agitazione balenò tra i suoi occhi nel leggere il testo del messaggio. Andare al telefono e farsi passare il numero del presidente del Club rosanero fu tutt'uno.
- "Ho appena ricevuto un telegramma da Sir Lipton ...", disse. "Sì, proprio lui, Sir Thomas Lipton, il magnate del thè", precisò. "Sarà a Palermo non più tardi di domani con il suo yacht, l’ Erin, e chiede se saremmo disposti a disputare un match di Football Association con il team del suo equipaggio", continuò. "Naturalmente accettiamo, no?" chiese concludendo.
Dopo avere ascoltato la risposta del suo interlocutore, si rivolse a un giovane che lo aiutava nella conduzione del locale.
- "Jim", disse, "devo allontanarmi per una mezz'ora. Bada a tutto tu, nel frattempo".
Ciò detto, prese il soprabito, calcò in testa la bombetta e uscì dirigendosi rapidamente verso il vicino ufficio postale.


L'incontro ormai volgeva al termine. I rosanero conducevano il match con autorità anche se i blues scozzesi dell' Erin, caparbiamente non si davano per vinti.
- "Avete davvero un ottimo team, Sir", riconobbe a bordo campo il magnate scozzese rivolto a Ignazio Maio Pagano, presidente del Club palermitano. "Aveva ragione Sua Maestà, avete gente in gamba", concluse sorridendo.
- "Per noi è un onore giocare contro squadre agguerrite come la sua, Sir", rispose nel suo ottimo inglese il presidente rosanero. "Ma il football praticato in Inghilterra è tutta un'altra cosa!" esclamò convinto. "Qui, mille spettatori sono un grande pubblico, ma alla finale della Coppa d'Inghilterra del 1900, cui ho assistito sette anni addietro, ce n'erano quasi cento volte tanti! Uno spettacolo davvero grandioso e indimenticabile", concluse, applaudendo la sesta marcatura della propria squadra.
Lipton smise di applaudire all'indirizzo del marcatore rosanero e tornò a rivolgersi al suo interlocutore.
- "Tutti gli inizi sono densi di difficoltà", disse fissando negli occhi il presidente del Club palermitano, "poco più di trent'anni fa, alla prima finale di Coppa non c'era un pubblico molto più numeroso di questo", aggiunse. "Credo di poter affermare che se proseguirete su questa strada e con lo stesso entusiasmo di oggi, tra non molti anni potrete contare su di un pubblico almeno cinque, dieci volte superiore a quello attuale", concluse.
L'arbitro dette il triplice fischio finale consegnando partita e risultato alla storia. I giocatori della squadra vincitrice, secondo un costume tipicamente anglosassone si schierarono in due ali all'uscita del campo applaudendo il rientro negli spogliatoi degli sconfitti.
- "Eh", sospirò Ignazio Maio Pagano, avviandosi a sua volta verso l’uscita dal campo. "Purtroppo qui siamo lontani da quella parte del nostro Paese dove si gioca con costanza e dove esistono diversi Club di buon livello con cui confrontarsi ...", soggiunse rammaricato.
- "Perché non organizzate qualcosa del genere anche qui nel sud?", chiese il baronetto scozzese, fissando i giocatori che lasciavano il play ground.
- "Per giocare con chi?" chiese il presidente del Club palermitano. "In Sicilia c'è solo un'altra squadra di valore a Messina, poi il nulla", concluse.
- "Ma in Campania, a Napoli e nel napoletano, vi sono altre società di valore con cui confrontarsi ...", suggerì il baronetto.
- "E crede che si confronterebbero con noi facendo un viaggio così lungo?" chiese Ignazio Maio Pagano con aria dubbiosa.
- "Credo di sì, se il trofeo messo in palio servisse a stabilire un primato tra campani e siciliani ...", rispose Lipton. 
- "L'idea è affascinante", disse Ignazio Maio Pagano annuendo. "Ma chi stabilirebbe le regole del torneo?" chiese. "Di qua o di là dal Tirreno qualcuno potrebbe avere qualcosa da ridire", concluse con aria scettica.

Lipton rimase in silenzio soprapensiero.
- "Potrei fissarle io", disse infine, scrutando negli occhi il proprio interlocutore. "Come potrei essere io a mettere in palio il trofeo. Mi farebbe piacere".
Ignazio Maio Pagano guardò trasecolato il baronetto scozzese.
- "Lo farebbe sul serio?" chiese incredulo. 
- "Mio Dio, certamente!" esclamò Thomas Lipton con tono deciso. "A dire il vero, mi sembra proprio un'ottima idea", concluse sorridendo.
- "A due condizioni", obiettò Ignazio Maio Pagano.
- "Quali?" chiese incuriosito il baronetto.
- "La prima, che torneo e trofeo siano dedicati a lei, Sir", disse il presidente del Club rosanero. “La seconda, che al torneo partecipi anche il team del suo yacht”, concluse Ignazio Maio Pagano stringendo con calore la mano allo sportman scozzese.

 

Al Palermo la Coppa Lipton

Palermo, 24 marzo 1913 - E’ fatta! Cari amici è fatta! Il Palermo ieri si è aggiudicato in via definitiva la Lipton Challange Cup. Mai Pasqua sportiva fu più fortunata.
Ma andiamo per ordine.
Giornata stupenda turbata, dalla metà del primo tempo, da un po’ di vento. Davanti al pubblico delle grandi occasioni la coppa, in bella mostra, brillava al sole tra un tripudio di bandiere.
Alla finalissima del torneo, com’è noto si sono qualificate il nostro Palermo (4 vittorie su 4 incontri, 27 goals all’attivo, nessuno al passivo) e il suo avversario di sempre, il forte Naples. Quest’ultimo, nella sua semifinale, ha eliminato la forte Internazionale di Napoli con un perentorio 4-0.
Le squadre sono scese in campo nelle seguenti formazioni:

Palermo: Ribolla, Valentino Colombo, Frigerio; Tabone, Ernesto Barbera, Hawthorne; Morra, Schimicci, Turner, Amoroso, Wood.

Naples: Cavalli, Garozzo, Del Pezzo; Coscia I; Hansen, Doder; Bruschini, Thornsteinsson, Troie, Coscia II, Pasquali.

La cronaca della partita.
Sin dai primi minuti le squadre sono apparse in buono stato di forma e si sono affrontate a viso aperto senza tatticismi. Il primo quarto d’ora del match è stato caratterizzato da rapidi rovesciamenti di fronte e attacchi ben contenuti dalle difese.
Al quarto d’ora il primo episodio determinante. Su lancio del centrocampo rosanero, Morra, evitato in velocità l’intervento dei due terzini centrali napoletani, è entrato in area trafiggendo l’incolpevole Cavalli con un tiro secco e preciso. 
Poco dopo, su una nuova azione d’attacco dei rosa, il terzino Garozzo è caduto malamente restando dolorante a terra. Dopo qualche minuto di apprensione, tuttavia, ha potuto riprendere il suo posto benché claudicante. Frattanto, un vento fastidioso ha cominciato a soffiare sul campo contribuendo a rendere imprecise le traiettorie del pallone.
Coraggiosamente, il Naples ha cercato di rimontare ma tutti i tentativi dei partenopei sono stati annullati con calma dall’attento estremo rosanero Ribolla.
Al 30’ il Palermo ha raddoppiato con un goal sotto porta dell’implacabile Turner.
La risposta del Naples è stata affidata ad una riuscita combinazione del temibile duo Pasquali-Troise senza che però la stessa sortisse alcun effetto.
Rintuzzato l’attacco partenopeo, il Palermo, memore della beffa di due anni fa (i rosa come certamente molti ricorderanno, dal 2-0 maturato nel primo tempo erano passati a un amaro 2-3 finale), ha continuato a spingere cercando la rete del 3-0 che è giunta al 40’ per merito del solito Turner. Completamente allo sbando, il team napoletano è stato costretto ad incassare anche una quarta marcatura ad opera di un felice inserimento del mediano Tabone.
L’intervallo è giunto quindi opportuno per i partenopei e ha permesso loro di riorganizzare le fila del proprio gioco.
Alla ripresa delle ostilità il Naples ha portato il danese Hansen al centro dell’attacco. La mossa è sembrata sortire qualche effetto, perché la difesa rosa, messa in difficoltà dal possente danese, è stata costretta a usare le maniere forti in area e a concedere ai napoletani un calcio di rigore.
Sul dischetto si è portato lo stesso danese, ma Ribolla, determinato a mantenere intatta la propria imbattibilità, è riuscito a neutralizzare la conclusione del giocatore partenopeo.
Scampato il pericolo il Palermo ha cercato di amministrare il gioco lanciando in contropiede le veloci ali Morra e Wood abili entrambe nel crossare per Turner. Il vento fastidioso, però, ha vanificato diversi tentativi di traversone e il risultato si è mantenuto a lungo sul 4-0 maturato nel primo tempo. In questa fase di gioco è spiccato il terzino napoletano Garozzo che, grazie ai suoi puntuali interventi, ha evitato guai peggiori alla propria difesa.
Al 24’ della ripresa, tuttavia, Renzo Schimicci, che in più di una occasione aveva tentato di lasciare il suo segno nella partita, ha messo a segno la rete del 5-0. Poco dopo, Wood ha cercato di imitarlo, ma la sua conclusione è finito di poco alta sulla trasversale.
Gli ultimi minuti della partita hanno visto il Palermo padrone del campo con l’infaticabile Wood impegnato nel servire ai compagni di reparto palloni invitanti. Proprio allo scadere, Morra è sfuggito ancora alla guardia dei difensori napoletani, ma l’ottimo Cavalli stavolta si è superato evitando una ulteriore capitolazione. Quindi, il triplice fischio di chiusura.
Tra gli applausi scroscianti - rivolti a vinti e vincitori - del folto pubblico presente, la coppa, la Lipton Challange Cup, è stata alzata al cielo dal capitano del team rosanero, il dottor Valentino Colombo. Da ieri pomeriggio il prestigioso trofeo è definitivamente nostro. Un capitolo s’è chiuso, ma siamo certi che altri, ugualmente prestigiosi, se ne apriranno in futuro.

 

Anche nel 1909 si scioperava

La città era visitata dal principe Oscar di Prussia e dal capitano Alfred Dreyfus, a dimostrazione che Palermo era uno dei centri del turismo internazionale.
Ma il diavolo ci mise la coda e improvvisamente nel 1909 si registrò uno sciopero dalle drammatiche conseguenze. Centomila lavoratori siciliani protestarono contro la politica di Giolitti, che aveva messo in ginocchio l'economia del Mezzogiorno (tanto per cambiare).
In quel clima rovente si disputò, dal 1909 al 1915, la Coppa Lipton offerta dal "re del tè", grande amico dei Florio.
A questo Torneo Meridionale presero parte società come Lazio, Napoli, Messina, Audax e ovviamente il Palermo.
I rosanero guidati dal capitano Ernesto Barbera vinsero il trofeo cinque volte su sette.
Poi l'attività calcistica si fermò. Iniziava la Prima Guerra Mondiale.

 

Buon capodanno arbitro

La principessa Louise de La Trémouille, seduta nella poltrona preferita del suo salotto, lanciò uno sguardo di rimprovero al suo interlocutore.

- “Non avrai intenzione di accettare, spero”, chiese allarmata.

- “Perché non dovrei?” rispose di rimando il più giovane cugino, Alexander Murray. “Carlo mi ha chiesto se mi avrebbe fatto piacere arbitrare e, francamente, l’invito non mi è dispiaciuto”, continuò mentre un raggio di sole, facendo capolino tra le nubi, metteva in risalto il biondo dei suoi capelli.

- “Non lo trovo decoroso da parte di un lord”, insistette la cugina con aria imbronciata. “Quanto a Carlo, avrebbe potuto evitare di coinvolgerti nelle sue stramberie”, concluse.

La principessa fissò il dipinto che, sulla parete di fronte, ritraeva il genero con la moglie Agata. Sospirò pensando con disappunto ai pettegolezzi che correvano sul conto del marito della figlia e sulla sua condotta stravagante.

- “Suvvia, Louise”, riprese il cugino, sottraendola a quei pensieri, “che male c’è ad arbitrare un match di Football Association?” chiese mentre un sorriso gli increspava le labbra ben modellate.

- “Sei un Murray di Dunmore”, gli ricordò la principessa che - in ragione della madre, lady Augusta - apparteneva anch’essa a quel nobile casato scozzese.

Il cugino la guardò divertito. Nonostante i suoi 67 anni, la principessa di Torremuzza poteva dirsi ancora una bella donna e i suoi lineamenti - nonostante le rughe impietose degli anni - rimanevano dolcemente delicati.

- “Sei incredibile, Louise”, disse il giovane scozzese. “Il tempo per te sembra non passare mai. E con il tempo, le mode …”, soggiunse con tono vagamente canzonatorio.

La cugina non colse la provocazione e scosse il capo per nulla convinta dalle parole del suo interlocutore.

- “I tempi sono evoluti”, riprese il cugino con maggiore calore; “dovresti vedere in Gran Bretagna come sia seguito questo sport”, concluse.

- “Ma qui siamo in Sicilia”, obiettò l’anziana principessa, “e ciò non toglie che Carlo avrebbe potuto evitare …”, insistette senza terminare la frase.

- “Avrei potuto evitare che cosa?” domandò facendo il suo ingresso nel salotto Carlo Candida Gonzaga, il quarantenne genero della principessa di Torremuzza.

- “Oh, Carlo, giusto voi”, disse la principessa fissando il nuovo venuto; “cosa vi è saltato in mente di chiedere ad Alex?” domandò con tono di aperto rimprovero.

- “Scusate, Maman”, rispose il nobiluomo napoletano, “ma mi è sembrato cortese chiedere ad Alex di fare qualcosa di diverso dall’usuale per Capodanno; in fondo è qui per divertirsi, no?”, chiese mentre - non visto dalla suocera - ammiccava con aria complice alla volta dell’ospite.

- “A proposito”, disse rivolto a quest’ultimo, “ho accennato della cosa al presidente dell’Anglo-Panormitan Athletic Football Club, il viceconsole di Sua Maestà Britannica Mr. De Garston, il quale sarà felice se vorrai arbitrare l’incontro di domani tra l’Anglo-Panormitan e l’equipaggio del Gladis”, concluse.

- “Siete proprio degli scriteriati!”, esclamò contrariata l’anziana principessa.

- “Non capita tutti i giorni”, sentenziò Carlo Candida Gonzaga rivolto al parente scozzese, “di avere per arbitro della partita un lord britannico …”.

 

Grazie Giulio

- "Vilardo, con chi parlo?", domandò il segretario del Palermo rispondendo al telefono.
- "Agenzia viaggi, dottore", rispose una voce all'altro capo del filo, "Siamo spiacenti, ma il volo di domani è cancellato …", continuò l'interlocutore con un velo di imbarazzo.
- "Che vuol dire cancellato?", chiese in un sibilo il dirigente rosanero.
- "Vuol dire che il volo, a causa di uno sciopero, non si farà più …", rispose l'invisibile interlocutore.
- "Impossibile!", esclamò Vilardo, che pensava alle conseguenze della mancata partenza.
- "Possibilissimo, dottore, anzi, più che certo", rincarò l'interlocutore di là dal filo.
- "Alternative?", chiese Vilardo con un filo di speranza.
- "Nessuna", rispose l'interlocutore, "lo sciopero ha valenza nazionale e sono stati annullati tutti i voli", concluse impietoso.
A Vilardo corse un brivido lungo la schiena. Sapeva bene che non esistevano più alternative al volo aereo. Niente treno (non sarebbero giunti in tempo), niente nave (scartata da lui a priori vista la sua idiosincrasia per i viaggi via mare), l'alternativa era non partire, perdere a tavolino la gara per 0-2 e venire penalizzati di due punti. Chi avrebbe sentito il presidente, Casimiro Vizzini? Chi avrebbe sentito i tifosi per quella sconfitta gratuita? Era nei guai e lo sapeva.
- "Ho capito", disse al ricevitore, "la ringrazio per la premura", concluse accomiatandosi con voce atona.
- "Dovere", sentì rispondere all'altro capo del filo prima di riattaccare.

Totò Vilardo socchiuse gli occhi cercando di concentrarsi. Doveva esserci una soluzione; non poteva finire a quel modo.
D'un tratto si riscosse. Forse una strada alternativa c'era …
Prese d'impeto la cornetta del telefono e si affrettò a comporre il numero del servizio telefonico interrurbano.
- "Pronto, signorina", disse non appena udì una voce femminile all'altro capo del filo, "dovrebbe mettermi in comunicazione con il Ministero della Difesa a Roma", continuò, "Sì, ha capito bene, con il Ministero della Difesa …".
All'altro capo del telefono la centralinista chiese il suo numero e gli disse di riattaccare. Avrebbe richiamato non appena la comunicazione fosse stata stabilita.
Vilardo riappese e iniziò a tambureggiare con impazienza con le dita della mano destra sul tavolo. Per fortuna si era ricordato di Giulio. Con Andreotti erano stati compagni alla "Scuola ufficiali" e ora Giulio era a capo del dicastero della Difesa. Dopotutto, forse una via d'uscita c'era …
Il telefono sul tavolo squillò. Vilardo non lo fece squillare una seconda volta e rispose.
- "Ministero della Difesa", sentì recitare all'altro capo del filo, "Con chi desidera parlare?", chiese il centralinista del ministero.
- "Sono Vilardo", disse il segretario della Società rosanero, "telefono da Palermo e vorrei parlare con il Signor Ministro, con l'Onorevole Andreotti", concluse in modo autoritario.
- "Attenda il linea dottore", rispose il centralinista per nulla impressionato, "le passo la segreteria particolare del Ministro".
Prima ancora che Vilardo avesse il tempo di dire una sola parola, all'altro capo del filo si sentì l'inequivocabile segnale di chiamata.
- "Segreteria dell'Onorevole Andreotti, desidera?", sentì rispondere dopo tre squilli.
- "Sono il dottore Salvatore Vilardo, telefono da Palermo e avrei urgente bisogno di parlare con l'Onorevole Andreotti al quale mi legano solidi rapporti di amicizia", disse in un fiato il dirigente rosanero.
- "Attenda il linea, dottore, vedo se il Ministro è libero", disse con garbo la voce della segretaria.
- "Totò, che piacere sentirti", disse una voce attutita dalla distanza dopo una breve attesa, "a che devo l'onore?", domandò con quel sottile velo d'ironia andreottiana che Vilardo conosceva così bene.
- "Giulio, carissimo …", iniziò a dire Vilardo, sprofondando nella sua poltrona.

Il pullman della squadra varcò il cancello dell'aeroporto militare di Boccadifalco dopo avere passato il controllo dei militari di guardia. Si diresse verso un trimotore militare che, su una piazzola a bordo pista aveva iniziato ad avviare i motori.
I giocatori del Palermo, ancora un po' straniti, scesero armi e bagagli per imbarcarsi a bordo del mezzo militare. Per ultimo salì Totò Vilardo che, prima di varcare il portello d'ingresso del velivolo si volse a guardare la piccola aerostazione palermitana che serviva anche il traffico civile. Guardò gli apparecchi di linea parcheggiati nelle apposite piazzole in attesa che lo sciopero avesse termine.
Non fosse stato per Giulio … pensò Vilardo e - col pensiero - ringraziò ancora una volta l'amico romano. 

 

Il Capitano

Tra le figure del passato rosanero un posto eminente occupa quella di George Blake. Questo inglese di Portsmouth che aveva lasciato la marina di Sua Maestà Britannica per inseguire a Palermo il suo sogno d’amore, fu figura di spicco nella Palermo di fine Ottocento e di inizio Novecento. Impegnato socialmente nella gestione del Royal Sailor Rest di Palermo, locale sorto nelle vicinanze del porto all’altezza dell’incrocio tra il Corso Scinà e l’attuale via Francesco Crispi, George Blake fu capitano e segretario del Palermo delle origini nonché “lay reader” prima e “scripture reader” poi presso la Chiesa anglicana della Holy Cross sita all’incrocio tra le vie Roma e Mariano Stabile.Grande organizzatore di eventi, nel 1907, riuscì a portare a bordo campo di una partita tra il Palermo e la squadra dello yacht reale “Victoria and Albert” lo stesso re d’Inghilterra, Edoardo VII, che allora si trovava in visita nella nostra città. Poco più tardi riuscì a fare innamorare del Palermo lo stesso “imperatore del tea”, Sir Thomas Lipton, il quale istituì un torneo (la Lipton Challange Cup) antesignano del più noto Lipton Trophy, il primo campionato mondiale di football per squadre di club.Rileggendo le cronache dei primi anni del Novecento ci si rende conto di quanto la storia stessa del Club non possa essere scissa da quella del suo primo capitano. Solo la morte, sopravvenuta a seguito di una malattia tropicale contratta durante uno dei suoi viaggi all’estero, pose immaturamente fine a questo felice connubio.Oggi George Blake riposa nel cimitero inglese della nostra città, cimitero che è limitrofo a quello di Santa Maria dei Rotoli, a breve distanza dalla borgata marinara di Vergine Maria.
La sua tomba è semplice e reca la seguente dicitura:

George Edward Samuel Blake 
Born in Portsmouth 
18 Jan. 1862 
Died in Palermo 

29 Sept. 1912

 

Il terremoto

La scossa era stata forte e George Blake aveva avuto il suo da fare a tranquillizzare la moglie, Rosa, e i suoi ragazzi.

- “Non è niente, non è niente”, aveva cercato di minimizzare mentre raccoglieva da terra i resti di qualche ninnolo rotto.

Senza darlo a intendere ai familiari, aveva controllato che nelle pareti e nei soffitti non avessero fatto capolino delle crepe. Rassicurato, infine, dal risultato della ricognizione si era seduto su una sedia del soggiorno.

- “Rosa, visto che ci sei, mi fai un caffè?”, aveva chiesto alla moglie mentre accarezzava i capelli di Cecilia, la più piccola dei suoi figli.

La moglie, una donna minuta ma piena di vitalità e di forza d’animo, aveva annuito andando in cucina.

- “Papà”, chiese Cecilia, “ma cos’è stato? Tremava tutto …”.

- “Non è stato nulla, Cecilia”, rispose il padre con voce pacata, “la Sicilia è una terra particolare e ogni tanto trema”, cercò di spiegare. “Quando sarai grande, studierai e capirai il perché”, concluse sorridendo.

La via Borgo, nonostante l’ora mattutina, era piena di attività. George Blake, dalla finestra che dava proprio sul porto vide molti marinai italiani rientrare nelle proprie unità. Sorseggiò il caffè che la moglie gli aveva preparato mentre notava che le navi della squadra navale alla fonda nel porto avevano messo tutte sotto pressione le proprie macchine. Lui, da ex ufficiale della Royal Navy, si era subito reso conto che la squadra si apprestava a salpare l’ancora.

Prese una decisione e si diresse verso la stanza da letto per cambiarsi.

- “Rosa”, disse, “vado al Royal Sailor Rest. Sarà bene che controlli che tutto sia a posto”, mentì.

- “Ma ti pare il caso di pensare al Royal Sailor Rest?”, si lamentò la moglie ben sapendo che il marito non avrebbe cambiato idea.

Invece di andare verso il locale che dirigeva, George Blake si avviò verso la capitaneria del porto.

- “Come mai la squadra navale salpa l’ancora?”, chiese ad un ufficiale che conosceva.

- “Oh, Mister Blake”, rispose l’ufficiale, “lo tenga strettamente per sé, ma a quanto pare siamo di fronte ad una catastrofe”.

Blake inarcò le sopracciglia.

- “Una catastrofe?”, chiese meravigliato.

- “Purtroppo, sì”, confermò l’ufficiale. “Le notizie sono ancora frammentarie”, continuò visibilmente emozionato, “ma sembra che l’incrociatore russo ‘Aurora’ che era in navigazione nello stretto, abbia comunicato che Messina è stata praticamente rasa al suolo da uno spaventoso terremoto …”.

Blake trasalì. Il suo pensiero andò ai tanti amici e ai tanti connazionali che abitavano nella città peloritana. Pensò alla violenza della scossa sentita un’ora e mezza prima e rabbrividì al pensiero di quello che doveva essere accaduto nell’epicentro del sisma e nelle sue immediate vicinanze.

- “Notizie della popolazione?”, chiese in un soffio.

L’ufficiale scosse la testa.

- “Le comunicazioni telegrafiche e telefoniche sono interrotte”, disse sconsolato, “le notizie giungono frammentariamente dalle navi che si trovano in zona”, aggiunse mestamente.

- “Quindi la squadra è in partenza per Messina, vero?”, chiese Blake.

- “Si”, rispose l’ufficiale, “ma parte degli equipaggi era in franchigia. Stanno rientrando, ma non si sa quando le navi saranno in condizione di prendere il largo”, concluse.

Blake pensò al giorno prima. Non erano ancora passate ventiquattrore dal momento in cui i marinai della squadra italiana avevano incontrato il Palermo F.B.C. L’incontro, amichevole, doveva preparare il match di Coppa Whitaker che, tradizionalmente veniva disputato nel mese di gennaio di ciascun anno contro i cugini di Messina.

Blake sentì un groppo serrargli la gola nella consapevolezza che nell’anno che stava per venire non si sarebbe giocato alcun incontro e che, probabilmente, molti dei protagonisti di tante sfide sportive non c’erano più.

Si avvicinò in silenzio alla banchina. Guardò alla volta di quei giganti del mare costruiti per distruggere consapevole del fatto che per una volta avrebbero portato una speranza di vita.

Sentiva il sordo ruggire dei motori e il vibrare impercettibile delle lamiere. Intuiva il febbrile agitarsi degli uomini che animavano, ridestandoli, quei colossi di metallo apparentemente inerte.

Rimase lì, immobile e muto mentre una ridda di ricordi e di volti gli affollava la mente in un succedersi di immagini.

Poi, finalmente, la nave ammiraglia iniziò a muoversi con lenta maestosità uscendo dall’imboccatura del porto. Dietro di lei, le altre navi della squadra presero a seguirla come in processione.

Blake tornò per un momento alla partita del giorno prima. Cercò di ricordare il risultato ma non ce la fece. D’improvviso non aveva più importanza.

 

Intenti

- "Vedi Napoli e poi muori", disse una voce alle sue spalle.
- "Spero proprio di no", rispose volgendosi.
Alfredo Marangolo, giovane esponente di una nota famiglia borghese di Messina, lo fissava con aria divertita.
- "Be', così dice il detto", replicò sorridendo.
- "Scendete?", chiese al suo interlocutore Ignazio Maio Pagano.
- "Eh, sì", rispose con un sospiro il giovane messinese, "questa nave prosegue per Palermo, mentre io vado
nella mia Messina", concluse.
- "E' stato un viaggio piacevole", osservò Maio Pagano, "e la vostra compagnia è stata davvero squisita", soggiunse.
- "Troppo buono, don Ignazio; sono io che devo ringraziarvi per la vostra simpatia", replicò Marangolo mentre un salito di vento gli scompigliava i capelli.
- "I vostri bagagli?", chiese Maio Pagano rivolto al suo interlocutore.
- "Già pronti allo sbarco", rispose il messinese.
- "Sempre dell'idea che mi avete prospettato?", chiese il giovane palermitano.
- "Ovviamente!", esclamò Marangolo.
- "Allora, siamo intesi", disse Maio Pagano.
- "Certamente", replicò il suo interlocutore.
- "A Palermo sono un paio d'anni che se ne parla, che ci si incontra", riprese il giovane palermitano mentre osservava lo spettacolo che offriva, come sempre, il golfo di Napoli a chi aveva l'avventura di giungervi. 
"Spero che dopo questo mio viaggio in Inghilterra il Club possa davvero divenire operativo.
- "Anche a Messina se ne parla da un po'", replicò Marangolo, "e anch'io spero che adesso i tempi siano maturi per fare qualcosa di concreto", terminò.
- "Certamente, in Inghilterra è un'altra cosa!", esclamò Maio Pagano il cui ricordo andò alla finale di Coppa cui aveva assistito.
- "E' la patria del gioco", osservò il suo interlocutore. "In fondo", continuò, "giusto che sia così".
La banchina del porto ormai si avvicinava e la mole del Maschio Angioino dominava la scena.
- "La mia nave partirà in serata", osservò il messinese.
- "Allora, potrete approfittarne per fare un giro in città", replicò Maio Pagano.
- "Già. Penso di fare un giro in piazza Plebiscito e in Galleria", rispose Marangolo.
- "Avrete tempo pure per fare una passeggiata in via Caracciolo, no?", domandò il palermitano.
- "Probabilmente, sì", rispose il suo interlocutore, "non mancherà certamente l'occasione ...", concluse.
- "Allora, promesso?", chiese Maio Pagano. "Non appena costituito il Club ci metteremo in contatto l'uno con l'altro", continuò.
- "Certamente", rispose il giovane messinese, "e così sarà una buona occasione per rivederci e ricordare questo nostro soggiorno britannico", concluse sorridendo.
Le mani dei due giovani si strinsero con calore.
- "Statevi bene, Alfredo", gridò dal parapetto Maio Pagano all'amico che scendeva la passerella che portava alla banchina della Stazione Marittima.
- "Altrettanto a voi, don Ignazio", replicò il messinese agitando il braccio in segno di saluto. "E, come d'accordo, il primo che costituisce il suo Club ospiterà l'altro non appena questi sarà pronto a sua volta", soggiunse.
- "Viva Messina!", esclamò Maio Pagano.
- "Viva Palermo!", fu la pronta replica di Marangolo.
Il Maschio Angioino, nella sua pietra scura, troneggiava impassibile a ridosso del porto.

 

La coppa

L'agitazione era palpabile nella sala delle riunioni del Palermo F.B.C. Il biglietto con il quale erano stati convocati i soci del sodalizio rosanero era laconico e riportava un asettico "comunicazioni sociali". Chissà per quale motivo, chissà attraverso quali canali, ma in città si era presto diffusa la voce di un prossimo evento straordinario.
E qui, la fantasia della gente si era sbizzarrita in una ridda di ipotesi.
- "Ma infine!", sbottò il professore Di Salvo, "Ci sarà bene qualcuno che sa qualcosa di concreto".
- "Non si agiti, professore", gli rispose il cavaliere Maggiacomo, "vedrà che tra poco l'arcano sarà finalmente svelato".
- "Sarebbe ora!", esclamò il professore, mentre intercettava al volo da un vassoio di passaggio un bicchiere colmo di martini.
- "Forse gli 'inglesi' ne sanno qualcosa di più", suggerì don Ignazio, uno dei quattro figli maschi del principe di Trabia e di donna Giulia Florio. "Al Caffè Romeres ho sentito dire", seguitò con aria da cospiratore, "che è arrivato qualcosa su di una nave inglese".
Eh, una cosa detta al Caffè Romeres, noto ritrovo a un dipresso dai Quattro Canti, era da prendersi molto sul serio … pensarono tutti coloro che avevano avuto la ventura di ascoltare la conversazione.
Il vociare degli astanti crebbe di intensità non appena la massima carica del club rosanero raggiunse il tavolo della presidenza.
- "Signore e Signori", esordì nel suo italiano cadenzato all'inglese il segretario del Club, George Blake, "abbiate un attimo di attenzione, prego!", esclamò cercando di portare all'ordine l'assemblea.
- "Prego, Signori!", tornò a dire con aria di rimprovero.
Gradatamente il brusìo si acquietò e un silenzio carico d'attesa scese sulla sala.
- "Il presidente del Club, il barone Roberto Pottino, deve comunicavi qualcosa di importante questa sera", disse il segretario, "e pertanto", aggiunse, "gli cedo immediatamente la parola", terminò accomodandosi sulla sedia posta alla destra del presidente.
Il barone, prima di iniziare, si schiarì sommessamente la voce.
- "Signore, Signori, cari amici", esordì, "ricorderete che un anno e mezzo fa, approdò in questa nostra splendida città un personaggio la cui simpatia e la cui sportività sono universalmente conosciute".
- "Tutti voi", continuò scrutando la platea, "avete assistito alla sfida che il nostro glorioso club ha sostenuto con l'equipaggio del suo yacht; e tutti voi avrete apprezzato il fair play con il quale - dopo la sconfitta patita - ha ospitato sulla sua splendida imbarcazione un nutrito numero di soci del nostro sodalizio".
Nella sala l'attenzione con cui gli intervenuti seguivano il discorso era tale che non si udiva il benché minimo rumore.
- "Avrete certamente compreso che mi riferisco a Sir Thomas Lipton", concluse.
- "Ebbene", riprese dopo una breve pausa, "prima di partire, il nostro amico - permettetemi di chiamarlo affettuosamente così - promise al nostro vice presidente di allora, il cavaliere Ignazio Maio Pagano, di istituire un torneo di Football Association tra squadre siciliane e squadre del continente. Oggi", continuò, "posso comunicarvi che quella promessa si è tradotta in realtà!", esclamò.
La sala esplose con la stessa intensità di una polveriera e ci volle tutta l'abilità del segretario e una buona dose di fiato nel ricomporre la calma.
- "Cari amici", tornò ad esordire il barone Pottino, "l'altro giorno è approdato un cargo inglese e il nostro socio Mr. Edwin Payne, ha provveduto a sdoganare qualcosa che intendo mostrarvi", soggiunse, mentre negli occhi gli baluginava un lampo di soddisfazione.
- "Prego, Mr. Payne", disse rivolto all'agente che, in Sicilia, rappresentava i potenti Lloyd londinesi.
Payne non se lo fece ripetere due volte e fece cenno a due inservienti di introdurre un tavolino sul quale, nascosto da un drappo di velluto, era posto un manufatto dell'altezza di circa cinquanta centimetri.
- "Prego, Signor presidente", disse l'inglese, non appena il tavolino e ciò che vi era sopra fu collocato accanto al barone.
Il barone ringraziò il rappresentante dei Lloyd e tornò a rivolgersi alla platea.
- "E' con grande emozione", disse, "che scopro questo dono davvero munifico del nostro amico scozzese", continuò mentre - d'un colpo - scopriva il manufatto.
L'assemblea guardò affascinata e come in raccoglimento l'oggetto che il barone Pottino aveva appena scoperto. Poi, un mormorio di ammirazione serpeggiò tra gli astanti.
- "E' davvero magnifica!", esclamò sommessamente Benoit Marino.
- "Già, è davvero un lavoro mirabile", convenne con la stessa reverenza Michele Pojero.
- "Chissà quanto vale", si domandò innocentemente la signora Amoroso.
Poi, spontaneo iniziò un applauso che coinvolse gradatamente in un crescendo emozionante tutta la platea.
Chiesto il silenzio, la parola tornò al barone Pottino.
- "Amici", iniziò il presidente, "vorrei qui al mio fianco, Ignazio Maio Pagano, che con Sir Thomas Lipton è stato l'artefice principale di questo piccolo miracolo".
- "Prego, Ignazio", continuò, "vieni qui".
Uno scrosciante applauso accolse il past president del club.
- "Grazie, Ignazio!", gridò qualcuno dal fondo della sala.
Visibilmente emozionato, Ignazio Maio Pagano prese a sua volta la parola.
- "Gentili Signore e cari amici", esordì, "ringrazio il presidente Pottino per le belle espressioni, ma il merito di quanto si è realizzato è tutto da ascrivere ad una sola persona: a Sir Thomas Lipton. E' a lui che, oggi, deve andare, riconoscente, il nostro pensiero". 
- "Solo uno sportivo di razza come ha dimostrato ancora una volta di essere il baronetto scozzese", disse dopo una breve pausa, "poteva essere capace di un dono di così rara bellezza".
Tutti tornarono a fissare il trofeo realizzato in argento massiccio. La coppa, finemente cesellata, era sormontata dalla figura slanciata di un giovane atleta che a braccia protese bloccava un pallone. Più sotto, due gruppi di foglie d'acanto davano vita a due splendidi manici che legavano il ventre ansato della coppa alla base su cui poggiava il giovane. In basso, una dozzina di piccoli scudi posti in cerchio rifletteva il bagliore delle luci circostanti.
- "Dobbiamo essere fieri del dono del nostro amico d'Oltre Manica", soggiunse Ignazio Maio Pagano, "ma - al contempo - dobbiamo anche dimostrare di esserne degni", concluse.
Il barone Pottino assentì con convinzione a quanto detto dall'amico e riprese la parola.
- "Ignazio Maio Pagano ha assolutamente ragione", disse. "Come si era impegnato a fare durante il suo soggiorno nella nostra città", continuò, "Sir Thomas Lipton non ci ha solo inviato questo magnifico trofeo, ma ci ha anche fatto pervenire il regolamento della competizione che suggerisco di intitolargli", terminò.
I soci proruppero in uno scrosciante applauso di approvazione.
- "Suggerisco", riprese il presidente, "di chiamare competizione e relativo trofeo 'Lipton Challange Cup', se siete d'accordo".
La sala risuonò di applausi e di esclamazioni di giubilo. I "viva Lipton", i "viva Maio Pagano", i "viva Pottino" e i "viva Palermo", si sprecarono in un insieme assordante di voci.
- "Copia del regolamento della manifestazione", riprese il presidente non appena la platea si fu ricomposta, "vi sarà fornita all'uscita", disse, "quanto al trofeo", soggiunse, "su istanza dei pochi soci che hanno avuto modo di vedere in anteprima il trofeo, ho già raggiunto un accordo per esporlo prossimamente nell'elegante negozio che la Ditta Ducrot ha nella via Cassaro. Penso, infatti, che il trofeo debba essere inteso da noi tutti come patrimonio dell'intera cittadinanza", concluse.
Un brusìo di approvazione accompagnò le parole del presidente, mentre il segretario del Club, George Blake, prendeva a sua volta la parola.
- "In questa felice occasione", disse dopo avere richiamato l'attenzione degli astanti, "la dirigenza del Club ha ritenuto di offrire un piccolo buffet. Se vi accomodate nella sala bar, potrete servirvi", concluse.
I soci sorrisero in cuor loro, perché sapevano quanto l'aggettivo "piccolo" usato dall'inglese fosse riduttivo. Presero, quindi, a defluire lentamente verso l'altro ambiente e presto nella sala non rimase più nessuno. Prima di uscire, tuttavia, Edwin Payne gettò un ultimo sguardo verso il tavolo della presidenza. Al centro, dove era stata poggiata, la coppa faceva bella mostra di sé in uno sfavillìo di riflessi.

 

La cravatta di Nedo

- “Ragazzi, di qua, di qua!”, gridò un tifoso incitando gli altri a seguirlo.
- “Di qua”, esortò un altro, “I giocatori escono da questa parte!”
- “Ne siete sicuri?”, chiese un terzo tifoso.
- “Ma sì, ce l’ha detto Schio …”.
Certo, se l’aveva detto Schio, uno dei dirigenti rosanero, c’era avvero da crederci.
- “ Guarda”, disse una ragazza, “Lì c’è Zauli …”. 
- “Lamberto, Lamberto … ci fai l’autografo?”
Zauli, un sorriso stanco dopo la battaglia di Lecce e il lungo e mesto dopo-partita, non si sottrasse all’assalto dei fedelissimi che avevano atteso per ore il ritorno della squadra, incuranti della sconfitta.
- “Date qua, ragazzi”, disse, iniziando a firmare.
- “Guardate”, dissero altri due ragazzi, “c’è anche Sonetti, laggiù …”
Il Mister, aria un po’ abbattuta e valigia al seguito, era stato subito circondato da un altro gruppo di tifosi.
- “Grazie, Mister”, disse qualcuno, “Grazie per averci regalato questo sogno”, aggiunse qualcun altro.
Le pacche sulle spalle e i sorrisi si sprecavano per il Mister che aveva riportato il Palermo, dopo trent’anni, a un soffio dalla serie A.
E ciascuno si riteneva in dovere di dire qualcosa all’uomo che aveva restituito a Palermo la sua squadra.
Un luccichio di commozione velò per un momento lo sguardo di Nedo Sonetti, colpito dall’affetto di quei tifosi che avevano fatto le ore piccole per aspettare i reduci di una vittoria mancata.
- “Cosa non è andato, Mister?”, domandò uno dei tanti presenti.
- “Un po’ tutto”, fu la risposta dell’allenatore. “Il goal dopo dieci minuti; Pivotto che si è rotto al 30’, il mancato pari di Zauli, il raddoppio del Lecce a inizio ripresa, l’infortunio a Tonino al quarto d’ora del secondo tempo …”, aggiunse scuotendo la testa. “E’ andata così, cosa ci volete fare?”, concluse mestamente.
- “E Asta?”, domandò Nando, uno del Borgo Vecchio.
- “Eh, Tonino ha rimediato una forte distorsione e così di fatto siamo rimasti in dieci nell’ultima mezz’ora …”, rispose l’allenatore riprendendo a spostarsi in attesa che giungesse l’auto con la quale raggiungere Palermo, “Non si sono risparmiati i leccesi, hanno giocato duro”.
- “Mister”, domandò finalmente un tifoso, “resterà?”
- “Eh, questo dovete domandarlo a Zamparini”, disse sorridendo.
- “Nedo”, disse un tifoso giunto dall’Austria con la speranza di festeggiare la promozione in A, “Io ero a Bergamo quando hai guidato l’Atalanta in serie A …”
Sonetti sorrise al ricordo dell’impresa passata.
- “Quella fu una cavalcata dall’inizio alla fine …”, ricordò, “venticinque risultati utili consecutivi … perdemmo proprio a Palermo per 2-0, ma eravamo già promossi …”, concluse. “Stavolta invece”, proseguì, “abbiamo sempre dovuto inseguire …”
- “Certo”, aggiunse un altro tifoso, “tutti quei punti persi … Livorno, Cagliari …un peccato.”
- “La squadra non era ancora completamente matura …”, rispose a quest’osservazione il trainer rosanero.
- “Mister, Mister”, disse una ragazza facendosi largo tra la gente accalcata attorno all’allenatore, “mi fa un autografo?” 
- “E a me lo chiedi un autografo?”, domandò Sonetti con tono di falso rimprovero, “ai giocatori devi chiederlo!”, esclamò divertito.
- “Ma i giocatori non me lo hanno voluto dare!”, esclamò imbronciata la ragazza …
- “I giocatori non capiscono niente!”, esclamò a sua volta Sonetti, “Come si fa a negare un autografo ad una biondina come te?”, domandò prendendo il foglio che la ragazza gli porgeva, “Come ti chiami?”, chiese.
- “Valentina”, rispose la ragazza trepidante.
- “Bene, Valentina”, disse l’allenatore mentre scriveva una dedica alla giovane tifosa rosanero, “Guarda, ti ho scritto un romanzo!”, esclamò, restituendo il foglio alla ragazza che non stava nella pelle per la contentezza.
Altre domande si susseguirono ancora per qualche minuto. Tonino Asta prese posto con aria mesta in una autovettura, sorretto a braccia da due inservienti.
- “Ci dispiace ragazzi, abbiamo fatto il possibile”, disse ad alcuni tifosi che si erano avvicinati all’autovettura.
Poi, un tifoso prendendo il coraggio a due mani decise di farsi avanti.
- “Nedo”, chiese, “Mi regali la tua cravatta?”
Sonetti, dopo un istante di perplessità, sciolse il nodo del nastro di seta e sfilò la cravatta dal collo.
- “Tieni”, disse senza esitazioni.
Il tifoso sgranò gli occhi per la sorpresa.
- “Davvero me la regali?”, chiese incredulo.
- “Me l’hai chiesta”, rispose di rimando l’allenatore rosanero, “e io te la do”, concluse, porgendogli la cravatta.
Il tifoso prese la cravatta dalle mani dell’allenatore e poi, d’istinto lo abbracciò, in un impeto di riconoscenza.
- “Grazie, Nedo, sei un grande!”, esclamò al colmo della felicità. Quindi si allontanò con il prezioso trofeo stretto stretto tra mani.
La cravatta di Nedo, quella della sfortunata serata di Lecce, quella immortalata dalle riprese delle telecamere presenti nel campo di via del Mare, resterà per sempre a Palermo, muta testimone di come basta poco per essere felici, anche in una notte apparentemente oscura.

 

Mi sono divertito tantissimo!

- "Cos'è tutta questa agitazione?", chiese George Blake ad un marinaio che, trafelato, aveva fatto il suo ingresso al "Royal Sailor Rest" di via Borgo.
- "Ha attraccato!", esclamò addossandosi all'entrata del locale, cercando di riprendere fiato.
- "Ha attraccato che cosa?", domandò Blake, che non capiva il motivo di tanta agitazione.
- "Il Victoria and Albert, Mr. Blake; lo yacht reale!", esclamò il marinaio che non stava più nella pelle per l'eccitazione.
- "Lo yacht reale?", domandò George Blake indirizzandosi verso l'entrata del locale. "E dove ha attraccato?", chiese al suo occasionale interlocutore.
- "All'interno della Cala; alla Doganella, nei pressi di S. Maria della Catena", rispose il marinaio sedendosi.
- "James!", chiamò Blake mentre recuperava il soprabito e la bombetta.
- "James!", tornò a chiamare con impazienza non avendo ricevuto risposta.
James, il collaboratore di Blake nella conduzione del Royal Sailor Rest, fece capolino dal retrobottega.
- "Mancherò per circa un'ora", disse Blake al suo indirizzo. "Bada tu al locale durante la mia assenza", aggiunse con un tono che, più che di raccomandazione, sapeva di ordine.


- "Prego, Mr. Blake, si accomodi in salotto", disse il cameriere spalancando le porte del locale. "Avvertirò subito il signore", concluse.
Blake entrò nel locale che conosceva bene. L'abitazione di Ignazio Maio Pagano, il Presidente del Palermo F.B.C., si trovava lungo il viale della Libertà all'altezza della via Enrico Parisi con la quale faceva angolo.
- "A che debbo questa visita, George?", chiese Maio Pagano facendo il suo ingresso nel salotto.
Blake si affrettò a stringere con calore la mano al suo interlocutore prima di rispondere.
- "Caro don Ignazio", iniziò Blake, "le porto la notizia che pocanzi ha attraccato nel nostro porto lo yacht dei reali d'Inghilterra".
Maio Pagano, istintivamente, inarcò le sopracciglia.
- "I reali d'Inghilterra sono a Palermo?", chiese al suo interlocutore.
- "Sì", rispose l'inglese, "ho potuto constatare di persona la presenza dell'imbarcazione reale all'interno del porto", concluse.
- "E ...", soggiunse Maio Pagano attendendo che Blake chiarisse il suo pensiero.
- "E ho pensato", proseguì il suo interlocutore, "che potrebbe essere una buona occasione per lanciare una sfida sportiva all'equipaggio dello yacht", concluse l'inglese.
- "Pensate che accetteranno?", chiese il presidente del Palermo F.B.C. con aria scettica.
- "Potremmo inviare loro un telegramma e vedere cosa rispondono", azzardò George Blake. "Come dite voi italiani?", riprese l'inglese, "Tentar non nuoce …".
- "Sta bene, George, avete carta bianca", disse Maio Pagano. "Tenetemi informato", concluse.
- "Certamente, don Ignazio", rispose l'inglese. "Corro all'ufficio postale", disse accomiatandosi.


Il comandante dello yacht reale rilesse il telegramma che il marconista gli aveva appena recapitato.
"Può il team del Royal Yacht Victoria and Albert giuocare un match di Football Association contro il Palermo Football Club?
Presidente: Ignazio Majo
Segretario: George Blake"
- "Sheridan", disse l'ufficiale rivolto al marconista, "invii al mittente del telegramma questa risposta: Il team spera essere possibile giuocare contro il Palermo Football Club", dettò in un'italiano approssimativo.
- "Yes, Sir", rispose il marconista, "sarà subito fatto", disse. 


Il pubblico presente al campo di via Notarbartolo non sapeva come dividere la sua attenzione. C'era chi seguiva le piroette e le sgroppate dei giocatori in campo e chi, invece, continuava a sbirciare in direzione della tribunetta delle autorità dove - a partita appena iniziata - aveva trovato posto il monarca inglese.
All'ingresso del re, tutti i presenti si erano prodotti in uno scrosciante applauso e gli stessi giocatori, per un momento, si erano distratti cercando di capire il motivo di tanta agitazione. Quindi, compresa l'importanza dell'ospite in tribuna, avevano moltiplicato gli sforzi per non sfigurare.
Il triplice fischio finale, vide vittoriosa la formazione dello yacht reale per 7-5. 
Lo stesso monarca volle conoscere i giocatori che avevano dato vita alla contesa, lodando pubblicamente gli atleti delle due squadre per l'eleganza e la correttezza del gioco espresso.
- "Maestà", disse il presidente del Palermo F.B.C. nell'accomiatarsi dal regale ospite, "non riesco ad esprimerle i sentimenti di orgoglio e di riconoscenza per l'onore che ha fatto al Club e alla città di Palermo presenziando a questa contesa sportiva ...", concluse.
- "Mr. Maio", replicò il monarca con calore, "sono io che ringrazio lei e il suo Club per questo fuori programma che mi avete offerto ... Mi sono davvero divertito moltissimo".

 

Michele Utveggio

Erano gli anni Venti e Palermo assaporava ancora qualcosa del suo periodo di splendore; il cavalier Michele Utveggio, grande costruttore nativo di Calatafimi si innamorò dell'idea di costruire un grande albergo ristorante nel punto più panoramico della città, il Primo Pizzo del monte Pellegrino, a 346 metri a strapiombo sul mare, poco distante dal santuario di santa Rosalia. Era un'impresa abbastanza temeraria, ma l'uomo, che aveva anche costruito un cinema teatro in piazza Politeama e lo stadio della Favorita, mise sul tavolo i propri soldi e lo fece, in soli cinque anni: utilizzò il moderno calcestruzzo per una costruzione di tre piani di improbabile color rosa confetto, chiamò i migliori architetti per un sontuoso arredamento liberty, dotò il castello di propri serbatoi d'acqua e di una strada privata d'accesso e inagurò i locali a metà degli anni Trenta. Ma tutto andò a ramengo allo scoppio della guerra: il castello, requisito dalle autorità militari, divenne la sede della contraerea prima fascista, poi tedesca (dopo lo sbarco del 1943) e uno degli obiettivi prediletti dei devastanti bombardamenti alleati. Caduto e abbandonato, Castello Utveggio venne saccheggiato dai palermitani che vi portarono via tutto quello che poterono. Povero scheletro, così rimase per trent'anni dopo, quando se lo comprò la Regione Sicilia (e biri chi manci ndr.)
Michele Utveggio fu presidente del Palermo nel 1923.

 

Paolo

L’avevano convocata al Consolato. Non aveva detto nulla a sua madre. Si era 
vestita per uscire e le aveva detto che andava a far visita a un’amica.
Le avevano indicato una delle poltroncine del salottino d’attesa e lei si 
era accomodata tesa come una corda di violino.
- “Prego, signorina, il Console la attende”.
Non appena fu entrata, il Console, un uomo di mezza età dall’aria sobria e 
raffinata, le si fece incontro.
- “La signorina Cecilia Blake?” chiese con voce profonda mentre si 
profondeva in un galante baciamano.
- “Si, Signor Console”, rispose, “perché mi ha convocata?” chiese senza 
tergiversare.
- “Suo fratello”, rispose a sua volta il Console fissandola negli occhi.
- “James?” chiese con un filo di voce la ragazza.
- “No, Paolo”, rispose il Console.
- “E’ … è ferito?” chiese sbiancando in volto, mentre si sentiva il cuore 
pulsare in gola.
- “Purtroppo no, signorina; è … è caduto nelle Fiandre alcuni giorni fa”, 
disse il Console con aria contrita.
Per un attimo, Cecilia si sentì svenire. Il Console, resosi conto dello 
smarrimento della giovane, si affrettò a sostenerla.
- “Prego, Signorina, si sieda”, disse con premura.
- “Wilson!” chiamò con tono di comando, “Un cordiale per la Signorina Blake, 
presto!”
Wilson, che si era precipitato al richiamo del Console, sparì per riapparire 
di lì a poco con un bicchiere colmo di brandy nella destra.
- “Su, Signorina”, disse il Console porgendole il bicchiere, “beva un sorso, 
vedrà che si sentirà meglio”.
Meglio - pensò Cecilia Blake - come ci si poteva sentire meglio dopo avere 
appreso una notizia come quella? Cosa avrebbe detto alla mamma? Papà non 
c’era più da qualche anno, James era al fronte … Scosse la testa con aria 
scorata, mentre la vista le si appannava.
- “Deve farsi forza, Signorina”, disse il Console la cui voce le pareva così 
lontana, “e, soprattutto, dovrà fare forza a sua madre”, aggiunse, “Come sta 
la Signora Blake?” domandò premurosamente.
- “Come può stare una madre i cui figli sono al fronte, Signor Console”, 
rispose la ragazza, “come può stare una madre in pena”, concluse in un 
soffio.
- “Vedo”, rispose il Console, mentre prendeva dalla scrivania un pacco 
avvolto con della tela cerata.
- “Qui”, esordì il diplomatico, “ci sono gli effetti personali di suo 
fratello”, disse tendendole il pacco.
- “Tra questi effetti”, aggiunse, “c’è anche la mantella che indossava 
quando è stato ucciso. Glielo dico”, proseguì, “perché sono evidenti alcuni 
colpi di baionetta …”, concluse.
La ragazza prese meccanicamente il pacco e lo fissò con aria inespressiva.
- “Sta bene, Signorina?” chiese preoccupato il diplomatico, “Vuole che la 
faccia accompagnare a casa?” domandò.
La ragazza scosse il capo e si alzò meccanicamente.
- “A nome di Sua Maestà”, recitò il Console col tono che prendeva nelle 
occasioni solenni, “esterno a Lei e a tutta la Sua famiglia, il cordoglio 
riconoscente della Nazione”, concluse stringendole la mano in segno di 
commiato.
Il cordoglio riconoscente della Nazione, ripetè mentalmente Cecilia Blake. 
Non le avrebbe restituito suo fratello.


Chiuse la porta alle sue spalle.
- “Cecilia, sei tu?” chiese la madre dal soggiorno.
Posò il pacco di tela cerata sulla panca che arredava l’ingresso. Cosa 
avrebbe detto a sua madre? Il cuore le batteva all’impazzata.
- “Si, mamma”, si sentì rispondere, “sono io”, disse togliendosi i guanti.
- “Come mai sei tornata così presto?” chiese la madre. “Angela non era a 
casa?” insistette.
La ragazza entrò nel soggiorno. Qualcosa nel suo aspetto gelò il sorriso di 
sua madre.
- “Cosa c’è, Cecilia?” chiese la madre allarmata. “E’ successo qualcosa?” 
domando con tono ansioso.
- “Mamma …”, esordì la ragazza con la morte nel cuore.


Ripose la mantella in fondo al cassetto. La madre non aveva proferito parola 
alla vista dell’indumento. Aveva solo accarezzato delicatamente ciascuno 
degli strappi da cui era fuggita la vita del figlio in una mattina nebbiosa 
d’inverno. Aveva accarezzato ciascuno strappo e aveva sentito sul suo corpo 
i colpi che avevano finito il figlio. Poi, senza dire nulla, senza versare 
una lacrima si era chiusa in un sordo dolore. Non era voluta andare neppure 
in Chiesa: come poteva permettere Dio che tanti ragazzi innocenti dovessero 
morire così, nel freddo di una trincea in un paese a loro estraneo, lontano 
dal calore dei propri cari? Non riusciva a capire o, forse, non voleva 
neppure fare lo sforzo di farlo.
Cecilia Blake ripose nel cassetto il contenuto del pacco: un orologio che 
non sarebbe tornato indietro a restituirle il fratello perduto, il 
portafogli dove, sgualcita, c’era una foto dei suoi genitori, e tante altre 
piccole cose, parte di un micro-mondo ormai privo di senso compiuto.
Ripose anche alcune foto che ritraevano il fratello ai tempi in cui giocava 
nella seconda squadra del Palermo F.B.C., la squadra delle “riserve”.
Ricordò le volte che uscendo, con tono gioviale, Paolo avvertiva la madre 
che andava al campo ad allenarsi:
- “Mamma, sto andando al Club. Non ti preoccupare”.
- “Copriti”, gli gridava dietro la madre, ma era già troppo tardi perché lui 
potesse udirla …
Il Club. Il Palermo F.B.C., la squadra per cui aveva giocato il padre, 
George Blake, la squadra di cui il genitore era stato il primo “capitano”.
Dopo la morte del padre, nel 1912, Paolo – seppure a malincuore - era andato 
a lavorare a Genova. La “Navigazione Generale Italiana” era ormai sfuggita 
al controllo dei Florio che l’avevano fondata e il capoluogo ligure era 
divenuto il porto di riferimento della Società.
A Genova, la passione per il gioco del football aveva portato Paolo a 
vestire i colori del pluriscudettato Club ligure.
Ripose l’ultima fotografia. Era la fotografia che preferiva, ma – 
paradossalmente – il fratello non vi era ritratto con la maglia rosanero del 
Club palermitano.
Eccolo lì, lui – un po’ mingherlino (aveva preso dalla mamma) – stretto a 
due compagni di squadra del Genoa.
Eccolo lì, come fosse ieri, con il sorriso felice di chi crede di avere 
tutta una vita dinnanzi e non sa che di lì a poco un arbitro con uno 
spietato triplice fischio finale chiuderà la sua partita più importante, 
quella della vita…

 

Pasta con le sarde

Corso anticipò con ottima scelta di tempo i difensori rosanero ed appoggiò di testa il pallone piazzandolo sul secondo palo. Il tocco di misura sembrava destinato in fondo alla rete, ma anziché varcare la linea di porta rimbalzò contro il legno opposto terminando la sua corsa tra le braccia protese di Carletto Mattrel dopo avere danzato pericolosamente per tutta la lunghezza della linea di porta.
Il guardapali rosanero si accartocciò su se stesso difendendo il pallone viscido per la pioggia ed il fango che, proprio un attimo prima, sembrava doverlo beffare irrimediabilmente. 
Enzo Benedetti scambiò un rapido sguardo con il compagno di squadra e riandò mentalmente al giorno prima, quando Totò Vilardo, segretario del sodalizio palermitano, lo aveva invitato nel suo ufficio di viale del Fante. 

- “Entri, Benedetti … prego, si accomodi”, aveva esordito cordiale mostrandogli una poltrona del suo salottino. 

- “Benedetti, lei è il capitano della squadra e, quindi, è con lei che devo parlare …”, aveva detto il segretario dopo avere stretto la mano del giocatore ed essersi accomodato a sua volta. “Domani ospitiamo l’Inter, come lei sa …” 

Non aveva aspettato che Vilardo finisse. 

- “Batteremo i nerazzurri come abbiamo fatto con Juve e Padova …”, aveva detto interrompendo il segretario. 

Vilardo lo aveva fissato negli occhi. 

- “Benedetti, lei non ha capito … L’Inter si gioca alla Favorita le sue residue speranze di scudetto … Offrono una bella cifra perché gli si dia via libera …” 

- “Dovremmo farli vincere?”, ricordava di aver domandato, impallidendo, mentre un groppo gli serrava la gola. 

- “Via, Benedetti, sono cose che capitano nel mondo del calcio … Chissà che un domani non ci debbano ritornare il favore!”, aveva esclamato Vilardo. 

- “E poi … considerata l’entità della cifra … Lei ha capito, vero?”, aveva chiesto il segretario alzandosi. “Conto su di lei”, aveva concluso nell’accomiatarlo. 



Il pubblico della Favorita era ammutolito. Sembrava avere percepito che qualche cosa in campo non andava. Dov’era il Palermo di quindici giorni prima? Dov’era il Palermo in grado di mettere sotto la Juve a Torino per 4-2 con un eloquente parziale di 3-0 nella ripresa? Dov’era il Palermo della vittoriosa gara con il Padova di sette giorni prima? 

Qualcuno, sugli spalti cominciò a mormorare e Benedetti, percepì a bordo campo qualche salace commento sulla prestazione non proprio convincente dei rosanero. 

- “E’ ghiurnata di pasta cu ‘i sarde”, disse un tifoso rivolto a un vicino. 

- “Si vinnieru a partita. Comu si può ghiucari accussì?”, si domandò un altro tifoso tralasciando di ricorrere alla metafora generalmente utilizzata dai palermitani per definire combines sportive vere o pretese tali. 

Benedetti fece un cenno d’intesa a Mattrel. Se quella palla non era voluta entrare, era un chiaro segno del destino.
La sfera di cuoio, rinviata dal valoroso estremo rosanero, viaggiò verso la metà campo interista.
Benedetti richiamò l’attenzione dei compagni di difesa, Burgnich, Calvani, Malavasi e Sereni. Accennò di no con la testa e indicò la porta di Sarti.
I compagni dettero conferma di avere capito e si apprestarono a controbattere l’ennesima offensiva nerazzurra. Presto anche gli altri compagni di squadra furono raggiunti dalle nuove indicazioni del capitano e, liberi di fare di testa propria, si buttarono nella lotta con rinnovato ardore.
Il pubblico capì che qualcosa era cambiato e tornò ad incitare i rosanero. 
La partita divenne un batti e ribatti con i due estremi difensori protagonisti assoluti della contesa. Poi, su un rinnovato attacco dei palermitani, José Puglia, detto “Fernando”, trovò il guizzo vincente e per Sarti non ci fu scampo.
Al triplice fischio di chiusura, l’Inter – con i due punti - lasciò sul campo palermitano anche i suoi residui sogni di scudetto. 

Più tardi, a Villa Igiea dove venivano svolti i controlli antidoping, il capitano rosanero aveva incrociato Helenio Herrera, “il Mago” del calcio italiano. Lo spagnolo continuava a masticare amaro pensando all’occasione perduta. Enzo Benedetti tese la mano al Mister avversario, ma Herrera, fingendo ostentatamente di non essersene accorto, gli volse le spalle. 
Benedetti scrollò a sua volta le sue. Ricordando il vociare felice del pubblico che lasciava in festa la Favorita al ritmo improvvisato di un irridente Herrera cha cha, guardò l’allenatore interista allontanarsi nel lungo corridoio. 

Al diavolo i soldi. Al diavolo l’Inter, pensò. Di gran lunga migliore il genuino rispetto e affetto del proprio – impareggiabile - pubblico.

 

Quando nei derby prevaleva il fair-play

Il primo derby fra squadre siciliane venne disputato il 18 aprile del 1901 sul rettangolo di gioco di via Emanuele Notarbartolo a Palermo. Protagoniste dell’incontro l’ Anglo Panormitan Athletic Football Club e il Football Club Messina.Ad assistere all’incontro si registrò la presenza di un pubblico record di circa 1.000 spettatori. Il ricavato della vendita dei biglietti (una lira per i posti a sedere e 50 centesimi per i posti in piedi) fu devoluto in beneficenza.L’incontro, arbitrato dal messinese Marangolo, fu vinto dalla squadra palermitana con il punteggio finale di 3-2 (3-1 il risultato del primo tempo) al termine di una partita molto combattuta.In pieno stile britannico, dirigenti e giocatori palermitani in serata offrirono ai colleghi messinesi un banchetto all’Hotel Milano. Il giorno successivo, dopo averli prelevati dall’albergo in cui avevano pernottato, li accompagnarono alla stazione ferroviaria salutandoli con cordialità.Il clima di simpatia e fair play instauratosi tra i due club furono rafforzati dal pubblico ringraziamento effettuato da giocatori e dirigenti peloritani sulla Gazzetta di Messina “per l’affettuosa, gentile accoglienza” riservata loro a Palermo. 
La rivincita di quello storico incontro avvenne il 31 marzo del 1904. Una trentina di tifosi del Palermo Foot Ball Club partì da Palermo in treno alle 4,30 del mattino giungendo in riva allo Stretto intorno a Mezzogiorno. Dopo un fugace pasto, la comitiva si trasferì sul campo da gioco che all’epoca era stato allestito sulla spianata di S. Raineri.Come era avvenuto a Palermo tre anni prima, la notizia dell’incontro aveva avuto larga eco e destato molta curiosità. Il campo da gioco, pertanto, venne circondato da una moltitudine di spettatori e spettatrici giunti sul luogo chi a piedi, chi in carrozza, chi in automobile e chi su velocipede.L’incontro fu all’altezza delle attese e vide prevalere i peloritani per 3-0, dopo un incontro combattuto e ben giocato da entrambe le squadre.Il clima di fair play e di reciproco rispetto instauratosi a Palermo, trovò modo di rinnovarsi anche a Messina. Il Club peloritano, infatti, organizzò un banchetto di 40 coperti in onore della squadra ospite. Come tre anni prima, la serata passò in un clima di brio e cordialità e, dopo molti brindisi proposti da vari commensali, venne conclusa dai brindisi dei presidenti dei due sodalizi, il Cav. Ignazio Maio Pagano (Palermo F.B.C.) e il console britannico a Messina, Cav. Lazzelles (F.C. Messina).

L’anno successivo, il 23 aprile, venne giocata a Palermo la prima finale del campionato siciliano, una competizione istituita dal presidente onorario del Palermo F.B.C. Joseph “Pip” Whitaker.L’incontro, che vide nuovamente di fronte palermitani e messinesi, vide la vittoria dei peloritani per 3-2 al termine di un incontro incerto fino al termine e in cui le due squadre si erano affrontate con grande maestria.Anche in quell’occasione, dirigenti e giocatori della squadra messinese furono ospiti di dirigenti e giocatori del sodalizio palermitano i quali offrirono ai rivali un fraterno banchetto all’Hotel Savoy. 
La finale dell’anno successivo (1906) si disputò a Messina sul campo della Cittadella, in prossimità dei bastioni del forte S. Salvatore.A causa di un fortissimo vento, la partita venne disputata davanti a pochi intimi. Il match venne vinto dai peloritani con il risultato finale di 2-1.
Dopo la partita, come tradizione voleva, i soci del Messina F.C. offrirono un banchetto a dirigenti e giocatori palermitani al Caffè Nuovo.

La finale del campionato successivo venne disputata il 2 aprile del 1907 sul campo di via Emanuele Notarbartolo a Palermo.
La partita si disputò sotto la pioggia e vide il successo dei palermitani per 4-0, dopo un incontro molto combattuto. Anche in questo caso e nonostante il campo pesante, l’incontro mise in evidenza due squadre in possesso di buoni fondamentali e i grado di sviluppare un gioco piacevole. Come era divenuto costume consolidato, giocatori e dirigenti del Palermo F.B.C. invitarono gli amici-rivali del Messina F.C. al Caffè del Massimo offrendo loro un fraterno banchetto.

Il 15 febbraio del 1908, venne disputato in riva allo Stretto l’ultimo degli incontri che videro contrapporsi Palermo F.B.C. e Messina F.C.Di questo incontro non abbiamo altra traccia che un dispaccio telegrafico da Messina che dava il Palermo F.B.C. vincente per 3-1.
Per quanto non si possiedano ulteriori notizie, è presumibile che anche in quell’occasione i padroni di casa abbiano offerto un banchetto a dirigenti e giocatori ospiti. 
Purtroppo un evento drammatico e luttuoso spezzò questa tradizione. Alle 5 21’ e 37” del 28 dicembre del 1908, la città dello Stretto venne cancellata da un immane terremoto pagando un altissimo prezzo in termini di vite umane. 

 

Un calcio alla guerra

- "Il tenente Douglas Drummond, Sir", annunciò l’attendente del Brigadiere Generale Egerton.
- "Lo faccia passare, York", rispose l’alto ufficiale britannico sollevando lo sguardo dal cumulo di carte che ingombravano la sua scrivania.
Un giovane tenente medico fece il suo ingresso nello studio, irrigidendosi sull’attenti dinanzi al suo superiore.
- "Riposo tentente, riposo", disse il Brigadiere Generale andando per le spicce, "prego, si accomodi", proseguì indicando una sedia posta di fronte la scrivania.
- "Si domanderà lo scopo di questo colloquio …", disse – scrutando il volto del suo interlocutore – "e, certamente, si stupirà per quello che adesso le domanderò", concluse.
Il tenente, un giovane medico di circa trent’anni in forza al corpo di spedizione inglese bloccato dal marzo del 1915 nella penisola di Gallipoli dai turchi, non proferì parola aspettando che il Brigadiere Generale chiarisse il suo pensiero.
- "Lei ha giocato a football nel Manchester City?", chiese a bruciapelo Egerton, rompendo gli indugi.
- "Si, Sir … prima della guerra, Sir", rispose con aria sorpresa il giovane tenente.
- "Bene, molto bene", proseguì il superiore, "in che ruolo?" insistette.
- "Half-back, Sir", rispose l’ufficiale.
- "Come ha potuto constatare di persona, il comando generale ha stimato che Palermo potesse offrire un ambiente più confortevole rispetto a Malta per il recupero dei nostri feriti …", iniziò a dire. "La città, certamente, ha un buon clima, dei buoni teatri, degli ottimi circoli e una popolazione colta e socievole …", proseguì. "Tuttavia", riprese dopo una piccola pausa, "considerate le ultime decisioni del Gabinetto di Guerra sul nostro prossimo ritiro dall’area dei Dardanelli, occorre tenere alto il morale dei nostri mantenendo, al contempo, un forte spirito di gruppo. Ciò è tanto più necessario, vista la prossima dislocazione di queste truppe sul fronte Occidentale al fianco dei francesi", concluse.
- "In che modo posso aiutarla, Sir?" chiese il giovane ufficiale.
- "Io credo che se riuscisse ad allestire un buon team di football, potremmo dare alla truppa un motivo per recuperare spirito di gruppo e spirito combattivo", asserì il Brigadiere Generale. "D’altro canto", proseguì, "tra gli ufficiali medici e tra gli infermieri ci sarà bene chi è in grado di giocare a buon livello … o no?" concluse.
- "Ma non si è già giocato, Sir?" chiese il tenente che ricordava di aver sentito parlare di due match sostenuti da suoi compatrioti contro una formazione locale.
- "Oh, certamente!" esclamò il Brigadiere Generale. "Circa un mese fa, prima del suo arrivo, due nostre squadre improvvisate hanno disputato due partite con la locale squadra, il Palermo F.B.C.. Un match vinto e uno perso …".
- "Se hanno vinto un match questi giocatori locali tanto scadenti non devono essere…" azzardò il giovane tenente.
- "Ecco, lei ha centrato il punto", disse il Brigadiere. "A noi non occorre solo organizzare un match, ma possibilmente … vincerlo", concluse.
- "E io …", cominciò il tenente lasciando a metà la frase.
- "E lei", aggiunse il Brigadiere, "deve mettere su un fior di squadra che ci assicuri questo risultato. Ne va del morale dei nostri soldati", concluse protendendosi verso l’interlocutore.
- "Sta bene, Sir", disse il giovane tenente, "ho carta bianca?" domandò.
- "Ha carta bianca", confermò il Brigadiere nell’accomiatarsi.
- "Ah, Drummond", disse il Brigadiere quando il giovane tenente fu sull’uscio, "la vittoria, si ricordi che deve vincere …".

La pelouse allestita all’interno del parco reale della "Favorita" era in ottime condizioni e la tribunetta era colma di spettatori, molti dei quali erano militari inglesi.
- "Conosce i giocatori che i bianchi schierano oggi, Mr. Woodrow?" chiese la signorina Oddo-Fileti.
- "Il capitano, il dottor Douglas Drummond", rispose l’arbitro di tante battaglie sostenute dai giocatori in casacca rosanero. "So che, prima della guerra, ha giocato nel Manchester City, nella prima divisione di football inglese", concluse.
- "E gli altri?" insistette la ragazza.
- "Degli altri so poco", rispose Woodrow, "certamente hanno giocato a livello amatoriale e so che il tenente Drummond li ha accuratamente selezionati e allenati", aggiunse aprendo il L’Ora del giorno prima.
- "Il giornale di ieri riporta i nomi degli inglesi", continuò Woodrow che iniziò ad elencarli. "Trower, Hin e Sheridan; Douglas Drummond, Rogers e Arnott; Cleff, Simpkin, Brady, Bruns e Parkinson", recitò leggendo dal giornale.
- "Chi gioca dei nostri?" chiese la signorina.
- "In porta Louis Ribolla", rispose Woodrow, che aveva riconosciuto subito l’aitante portiere rosanero. "I backs mi sembrano Barbera e Campanella", continuò cercando di individuare gli altri giocatori. "Poi c’è Brancaleone… vedo Morra, De Cesare, Candrilli ...".
Nella confusione che animava la tribunetta non era facile individuare volti che pur erano familiari.
- "Ecco laggiù Marretta, Grippi, Volo e… come diavolo si chiama il numero 6?" sbuffò Woodrow cercando di ricordarne il nome, "Ah, sì, Barocchiere!" esclamò, mentre il volto gli si illuminava.
L’arbitro, un inglese, aveva frattanto chiamato le squadre a centrocampo per dare inizio alle ostilità.


- "Che ne pensa Mr. Woodrow?" chiese Morra tergendosi il sudore dalla fronte dopo essersi portato sotto la tribunetta durante la pausa tra primo e secondo tempo.
- "Avete opposto una buona difesa, ma avete lasciato loro troppa libertà e … loro sono bravi!" rispose l’interpellato.
- "Cosa suggerisce?" chiese Ribolla attorno al quale si erano radunati i compagni di squadra.
- "Credo che vi sottovalutino", rispose Woodrow. "A ben pensarci, fino ad ora, avete giocato un match di contenimento senza controbattere più di tanto", aggiunse. "Provate a metterli sotto; non dovrei dirlo, ma noi inglesi non siamo abituati a subire, siamo i "maestri", in fondo recuperare lo 0-1 con il quale è terminato il tempo, non credo possa essere un’impresa impossibile …", concluse sorridendo.
- "Grazie, Mr. Woodrow", rispose il capitano rosanero assentendo, "le sue osservazioni sono sempre preziose", commentò accomiatandosi seguito dai compagni.


- "Visto?" chiese Woodrow rivolto alla signorina Oddo-Fileti. "Avevo o non avevo ragione?" aggiunse mentre continuava a battere le mani alla volta di De Cesare che, al termine di un ennesimo assalto, grazie ad una ben riuscita combinazione di passaggi di prima, era riuscito a sorprendere in velocità l’arcigna difesa inglese e a battere l’estremo difensore britannico pareggiando il goal segnato da Simpkin nel primo tempo. 
- "Quanto manca alla fine?" chiese la ragazza alla quale l’eccitazione aveva imporporato le gote.
- "Un quarto d’ora circa", rispose Woodrow dopo aver dato un’occhiata al suo orologio da panciotto. "E non sarà certamente un quarto d’ora noioso", aggiunse osservando il capitano degli inglesi, Douglas Drummond, che spronava i suoi alla riscossa.

Quando l’arbitro decretò la fine delle ostilità, il risultato era ancora di 1-1. I giocatori di entrambe le squadre erano sfiniti e qualcuno portava anche i segni della battaglia che era infuriata senza esclusione di colpi soprattutto dopo il pareggio dei rosanero. Gli inglesi non avevano digerito il colpo ed erano passati alle maniere forti. I palermitani si erano adeguati e l’arbitraggio permissivo, "all’inglese", adottato dal referee del giorno - che non aveva certamente contenuto gli scontri fisici – aveva fatto il resto.

- "Tenente Drummond", chiamò dall’alto della tribunetta il Brigadiere Generale Egerton.
- "Comandi, Sir", rispose lo spossato tenente fermandosi.
- "Non le avevo raccomandato di vincere?" chiese l’alto ufficiale britannico.
- "Certamente, Sir", rispose il tenente passandosi una mano tra i capelli, "ma come avrà visto, questi siciliani non ne volevano sapere di perdere".
- "Tenente …", soggiunse il Brigadiere.
- "Comandi, Sir", rispose il tenente guardando alla volta del suo superiore.
- "Bel match".
- "Grazie, Sir", replicò il tenente abbozzando un sorriso. "Questo pomeriggio, almeno, abbiamo dato tutti un calcio alla guerra!" esclamò tornando ad avviarsi verso l’uscita.

 

Un quarto alle sei

Il pendolo appeso alla parete d’ingresso suonò un tocco alle sei. L’aria che si respirava allo Sport Club di via Mariano Stabile, quel pomeriggio, era rarefatta. C’era chi, con calma misurata, giocava al biliardo e chi, sprofondato negli ampi divani dei salottini si intratteneva in interminabili, conversazioni. C’era anche chi si dilettava a inanellare giri di pista nello skating ring al coperto del Club, di cui si giovavano molte signorine della buona società.

Il Conte Corrado Spadafora aveva fatto le cose in grande e il Club da lui fortemente voluto era presto entrato tra le meraviglie che la città offriva agli sguardi curiosi degli ospiti delle antiche casate aristocratiche e delle famiglie alto-borghesi palermitane.

Di là delle vetrate che davano sull’interno, si intravedevano ancora i due campi di lawn tennis, altri fiori all’occhiello del Club. La stagione del Football ancora non era iniziata e l’atmosfera era rilassata.

Vincenzo Florio, il vulcanico rampollo della dinastia di armatori palermitani che gestiva di fatto la Società di “Navigazione Generale Italiana”, si avvicinò al banco del munitissimo bar.

- “Che dicono i nostri gloriosi footballers? Incontri in vista?”

La domanda era stata indirizzata a due avventori che stavano centellinando un sorbetto al rosolio: Norman Olsen, l’eclettico direttore della Ceramiche Florio, e George Blake, capitano e segretario del Palermo F.B.C., nonché responsabile consolare del britannico Royal Sailor Rest di via Borgo.

- “Al momento nulla, don Vincenzo”, rispose nel suo italiano incerto il danese; “Aspettiamo l’arrivo in porto del Vectis per la solita sfida annuale”, continuò l’inglese con quella caratteristica cadenza che solo gli abitanti d’Oltre Manica sanno dare al loro italiano.

- “Usate sempre quelle maglie rosso-blu?”, continuò con un sorriso malizioso, Vincenzo Florio, mentre con un cenno, ordinava al barman lo stesso dessert che stavano sorbendo i suoi interlocutori.

- “Non dovremmo?”, rispose di rimando Olsen.

- “Mi pare che siano troppo comuni per una città così originale com’è la nostra … A Genova, tanto per fare un esempio, usano i nostri stessi colori e così fanno anche altri”, continuò. “Visto coi miei occhi”, concluse, portando alle labbra il sorbetto che, intanto, gli era stato servito.

Blake e Olsen si guardarono perplessi.

- “Non avete mai pensato di cambiarli?”, insistette il giovane Florio mentre i vivaci occhi scuri e indagatori di cui era dotato, si spostavano dall’uno all’altro degli interlocutori.

- “Per la verità, no”, disse Olsen. “Sarebbe la seconda volta, se ciò accadesse”, concluse.

- “Abbiamo esordito in bianco-rosso, non ricorda?”, soggiunse Blake.

- “Sì, ricordo”, ammise Vincenzo Florio. “Un omaggio ai colori della bandiera di San Giorgio?”, chiese.

Blake sorrise.

- “Dovrebbe chiederlo a don Ignazio”, rispose alludendo a Ignazio Maio Pagano che di quel Palermo F.B.C. era stato uno dei fondatori e dei maggiori animatori.

- “Conoscendolo, potrebbe anche essere andata così”, concluse sorridendo nel modo franco e aperto con cui era solito fare Vincenzo Florio.

Pur non essendo un tombeur de femmes, i cuori di molte donne avevano più di un turbamento quando lui sorrideva. Ma Vincenzo era giovane, amante dei viaggi e della buona società. Ancora non aveva deciso di legarsi.

Rispose con un cenno di saluto al Conte Candida Gonzaga che lo aveva salutato da lontano e tornò ad occuparsi dei suoi interlocutori.

- “Volete un suggerimento?”, chiese continuando. “Dovreste scegliere qualcosa di particolare, dei colori inusuali che al tempo stesso possano sintetizzare quanto offre questa terra e i contrastanti sentimenti dei suoi abitanti”.

- “Cosa suggerite?”, chiese Blake interessato.- “Qualcosa … qualcosa di speciale, come ho detto”, rispose il giovane Florio, il cui sguardo era andato a cadere sui sorbetti di Olsen e Blake.

- “Ecco”, disse come folgorato. “Qualcosa come il rosa del vostro rosolio …”

Olsen e Blake, per un momento, fissarono sconcertati il loro dessert.

- “Rosa?”, si trovarono a chiedere contemporaneamente.

- “Ma sì”, rispose divertito Vincenzo Florio. “Perché no?”

- “Il rosolio è un liquore dolce con cui ingentilire il sapore di ogni vittoria”, disse. “E d’altro canto, poiché i risultati della vostra squadra sono alterni come quelli di un pendolo, potreste digerire meglio ogni sconfitta con il nero del mio amaro …”, concluse sorridendo con aria divertita.

Olsen e Blake si scambiarono un’occhiata, colpiti dall’osservazione del loro amico.

- “Il rosa”, disse Olsen, “ed il nero”, concluse Blake.

- “Pensateci, amici”, disse il giovane Florio, accomiatandosi. “Pensateci”.

- “Però, che idea”, disse Olsen fissando nuovamente il suo sorbetto come se lo vedesse per la prima volta.

- “Geniale”, disse Blake, fissando il giovane Florio che si allontanava. “Come chi l’ha pensata”, concluse. “Diavolo d’un italiano!” esclamò scuotendo il capo.

- “Diavolo d’un Florio!” lo corresse il danese. 

 

Voglio lo scudetto!

Sulla maniglia della porta della suite 131 dell'Hotel Gallia di Milano era appeso l'avviso "Non disturbare".
Gipo Viani, al quale l'addetto alla reception aveva dato il permesso di salire, bussò ed entrò non appena sentì l'invito ad accomodarsi.
- "Entri pure Viani, prego sieda pure dove vuole", disse Raimondo Lanza di Trabia distogliendo lo sguardo da uno dei tanti giornali ai quali stava dando una rapida scorsa mentre, immerso nella comoda vasca da bagno della suite, sorseggiava un Martini ghiacciato.
- "Desidera qualcosa da bere?", chiese il principe, "So che fuori c'è l'inferno … Sarà certamente accaldato!", esclamò. Poi, senza attendere la risposta dell'imbarazzato interlocutore, ordinò un Biancosarti al telefono.
Viani, che si era seduto, non solo non aveva proferito parola, ma aveva anche dimenticato di togliersi dal capo la paglietta, troppo intimidito per l'inusuale modo di ricevere del suo blasonato interlocutore.
- "Bene, Viani", riprese il principe guardando intensamente il suo interlocutore, "il campionato è appena finito e dobbiamo programmare per tempo il prossimo", disse.
- "Ha pensato al suo futuro?", chiese a bruciapelo dopo una breve pausa.
L'allenatore, palesemente frastornato, non abbozzò neppure un tentativo di risposta.
- "Guardi, Viani, che se decide di restare con noi anche quest'anno, voglio una squadra fortissima", disse, "in grado di tenere testa a Milan, Inter e Juventus", aggiunse deciso.
Viani, però, continuava a tacere.
- "Guardi che non scherzo", riprese con aria seria il principe, "voglio il Palermo in testa alla classifica. Mi chieda pure la luna, l'avrà!", esclamò con trasporto.
- "Ma …", balbettò il trainer rosanero senza riuscire ad aggiungere altro mentre spostava lo sguardo in giro senza avere il coraggio di indirizzarlo alla volta del principe.
- "Viani, mi sta ascoltando?", chiese spazientito Raimondo Lanza, "Stamane, davvero, non mi sembra in palla …", ironizzò mentre un sorrisetto beffardo gli faceva capolino tra le labbra.
- "Forse non sono stato sufficientemente chiaro?", domandò sporgendosi lievemente dalla vasca, "Viani, voglio lo scudetto", sillabò.
L'allenatore del Palermo ingollò in un fiato il Biancosarti che, nel frattempo, un cameriere addetto ai servizi in camera gli aveva servito.
- "Principe", disse un po' risollevato, "Mi scusi l'imbarazzo, ma il conte Vaselli mi ha fatto una proposta allettante", soggiunse.
- "Più della mia?", chiese il nobiluomo siciliano senza nascondere un moto di disappunto.
- "Certo, principe, il suo programma è ambizioso e a Palermo ho trascorso anni meravigliosi …", continuò.
- "Lasci perdere, Viani", tagliò corto Raimondo Lanza bruscamente, "Capisco perfettamente … Roma e il conte Vaselli, forse, le potranno offrire quelle opportunità che noi non siamo in grado di soddisfare", concluse tornando a sfogliare i giornali che aveva temporaneamente messo da parte.
Viani, che conosceva bene il principe, comprese che il colloquio era terminato e, con esso - molto verosimilmente - anche il suo rapporto professionale con il Palermo. Si alzò, salutò e uscì dalla suite 131.
Non era certo di avere fatto la scelta migliore e, in cuor suo per un attimo, rimpianse di avere accennato all'offerta fattagli dal presidente della Roma. Forse, avrebbe avuto bisogno di più tempo per riflettere e decidere.

Nella vasca da bagno della sua suite milanese, Raimondo Lanza posò stancamente i giornali, sorseggiò quel che restava del suo Martini, socchiuse gli occhi e pensò che il giovane Gianni Agnelli era un uomo fortunato. Con Viani, ne era certo, i rosanero sarebbero stati in grado di spegnere il sorriso pieno di sussiego che raramente abbandonava il suo amico torinese …

 

 

 

 

 

 

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